Martedì, 15 Ottobre 2013 12:19

Delitto e premio

Ero rimasto in piedi, nella stanza, accanto alla porta finestra quasi oscurata.
Alvise giaceva, più che sedere, accartocciato sulla poltrona. Mi faceva ancora impressione, ma in modo diverso, il ragazzo enorme dalle sopracciglia folte ed il naso importante, da rapace. Madre natura aveva preso un granchio nel metterlo al mondo con quell’aspetto, impropriamente burbero. O almeno così avevo sempre creduto: Alvise era il più mansueto e sensibile degli uomini. Ed ora che si era rivelata in lui una capacità di violenza mai sospettata, nutrivo una grande pietà, ma più diffidente.

«Dai Alvise,  basta! » provai ad essere energico.
Si scosse e alzatosi lentamente venne verso di me, a piccoli passi da gigante, con le mani tese. Ricominciò a rovesciarmi addosso quella sua verità ossessiva. Aprì con forza i due battenti in legno del balcone ed entrò una luce crudele:
«Guarda! Impazzisco! Tutto perso. Come mai esistito».
 Il panorama di desolazione che ci stava dinnanzi non ammetteva concessioni alle bugie: a perdita d’occhio, giù nella valle e per i fianchi delle colline coltivate, la grandine battente caduta nella notte aveva maciullato tutto, dopo che l’acqua accolta come una benedizione ci aveva illuso. I rosai sulle teste dei filari esibivano stecchi rugginosi e le vigne… Un vento inusuale, prima frenato e poi scatenato dal repentino sbalzo di pressione aveva fatto il resto: non solo quella vendemmia sarebbe stata compromessa, ma anche quella dopo e così per anni. Continuava a piovere una inutile pioggia leggera.
«Certo, certo!» dissi spazientito. «Ma lei: che c’entrava con questa sciagura?».
«Niente, maledizione!» gridò. «Te l’ho già detto che sono uno stronzo!» Riprese a straparlare: «Vuoi sapere se provo rimorso?». Guardò in alto, interrogandosi con rabbia. «Forse ho avuto un complice. Non appena mi sono reso conto di quella rovina, ho reagito d’istinto. Perfino i sentimenti non contavano più... o forse volevo completare l’opera dannata: se il destino esigeva per me il niente, era accontentato. Mi sono scagliato, con un piacere perverso che non immagini, contro  tutto ciò che mi era intorno: ho stracciato pagina per pagina i libri, romanzi falsi che parlavano d’amore. Ma dov’è veramente questo universo d’amore? Nulla doveva salvarsi. E lei? Oh! Lei, lei… Era unica. Ha avuto il torto di trovarsi qui. Sai, era prossimo il decimo anniversario. Ricordi quando credevo di averla perduta per sempre? Avevo dato colpa al ragazzo della scuola d’arte. Era venuto in casa nostra a dipingere il trompe-l’oeil per la sala. Sì! Avevo proprio temuto che se la fosse fatta, per dirlo brutalmente. Lei era sparita!  Invece era stata tutta colpa mia: stupido geloso e distratto».
« Naturalmente » confermai con involontaria cattiveria.
« Ecco, si doveva festeggiare. Insieme a te e a pochi amici. Prima che andasse tutto storto là fuori. Mi sono avvicinato a lei. Ero pazzo di rabbia. E l’ho sollevata, in alto, prendendola con queste mani che la sorte mi ha dato grosse e potenti, forse per punirmi. Ero pazzo, lo so! Ci siamo trascinati fino al balcone. L’ho stretta, l’ho stretta forte, per il collo, fino a sentire male anch’io. Cristo, che orrore! E poi…».
«Che delitto assurdo. Incomprensibile».
«L’ho lasciata cadere giù, precipitare oltre la ringhiera… Dio, che disperazione!».
«Povero, stupido amico mio. Aggiungere danno al danno». Dalla tasca interna dell’impermeabile sfilai la bottiglia. L’etichetta era sporca di fango:
« Stupido» ripetei. «Il vino è salvo. La bottiglia che hai gettato dal balcone è caduta sulla siepe di tasso. è rotolata, intatta, sul vialetto. Delinquente! Una fortuna senza merito: non si tratta così un refosco da collezione».
Alvise si illuminò di un mezzo sorriso insperato. Disse quasi balbettando: «In mezzo a questo casino. Voglio leggerlo come un buon segno del cielo».
«Prendi il cavatappi. è il caso che ci inventiamo subito un motivo per brindare».
Ancora un po’ barcollante, Alvise si avvicinò al mobile. Tra tanti rottami sparsi ovunque, non mi era chiaro se avrebbe trovato due calici sani.

(racconto di Roberto Masiero)

 

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