Domenica, 20 Ottobre 2013 19:17

Diario di un insegnante d'Italiano ai Tropici (FIVE)

L'Opera Omnia di Ellery Queen

Me ne stavo a vagare fra i tavolini all’aperto di un caffé a Delray Beach, riflettendo sulla vanità del genere umano, quando all’improvviso ti vedo questa enorme negra, vestita di porpora e arancio, che legge un minuscolo libriccino giallo. Ah, fossi nato pittore!
(Non dico Raffaello o Mantegna, anche un pittorucolo di seconda serie, un lituano minore del secolo scorso -  titolerei il quadro: “Cicciona nera con giallo.”)

Era uno di quei caffé  e di quei mattini da vecchia Florida, entrambi sospesi nel calore opalescente del sole, nell’azzurro incandescente del cielo, col rumore dell’oceano che respira placido oltre la strada, mezzo miglio più in là, il fracasso gioioso delle cicale e il berciare indistinto dei gabbiani. In quei mattini l’odore di uova e salsicce esce dalle cucine già in funzione dei ristoranti e si mescola a quello di creme solari e di benzina e tutti, le auto e gli esseri umani e le iguane, sembrano non avere nessuna fretta, sembrano parte del paesaggio, come l’asfalto crepato dal sole o i cespugli.  

Mi piaceva quel posto, mi piace guardare le persone, i loro dettagli: quel tale dalla pelle brunita col grosso nasone da peruviano e gli occhi pieni di nostalgia; quella vecchia signora, un tempo bellissima, che ancora emana bagliori dell’antica bellezza quando, intenta sul New York Times, sbocconcella  pane e burro; quel  pancione col cappello di paglia, la barba bianca, una camicia coloniale e i pantaloni al ginocchio, che sfila un sigaro dal taschino e si crede qualcun’altro. Del resto tutti, in Florida, si credono qualcun’altro.

Ma da subito capii che la cicciona era qualcosa di diverso, era meravigliosa, non mi riusciva di staccarle gli occhi di dosso. Cercai di avvicinarmi, di far qualcosa per farmi notare, urtai un paio di tavolini, mirai con insistenza al libriccino, ma quella nulla, indifferente, una statua d’ebano sotto il sole di Delray, una dea accigliata sulla riva dell’Atlantico, e analogie simili. Ma io so essere ostinato e finalmente, senza nemmeno alzare lo sguardo dal libriccino ma sollevando appena il sopraciglio  - destro, credo - mormorò (con inglese superbo che mi lasciò esterrefatto):
“Che vuoi, pussa via”.
Perché  l’avevo distratta dalla lettura.

Ma io mi ero innamorato. Contemplavo i suoi piedi ingabbiati in sandalacci da schiava, le sue mani da regina africana, le sue unghie da tigre tagliate sottili, aguzze come diamanti, quello sguardo imperioso, terribile, e nemmeno una traccia di rimmel!  
Sentivo il sole che mi bruciava sulla pelle, sentivo la testa bruciare, sentivo tutti gli odori, l’odore del sale, del pesce, dei mango, della polvere della strada, vedevo tutti i colori, il blu del cielo e il rosso dei fiori e il giallo delle strisce pedonali – sapete com’ è quando ci s’innamora.
Non potevo darmi per vinto. Ristetti là, con gli occhi lacrimosi, che con le donne funziona.  Lei mi guardò, sembrava sdegnosa, ma io  sapevo che avevo fatto breccia, dai cicciona non far finta di nulla, dai cicciona, che siamo soli e lo sai!
Depose il libriccino sul tavolino e col ditino indice – sinistro, credo – mi fece segno  d’avvicinarmi.
Mi fece alcune domande alle quali preferii non rispondere.
Pensò fossi stupido, lo pensano tutti, ma non m’importava, mi caricò sulla sua Cadillac rosa e andammo a farci un giro su Ocean Boulevard.

Così  è cominciato il nostro amore. Gli altri, certo, non lo chiamavano amore, dicevano che ci facevamo compagnia, tra due così non si può parlare d’amore. Invece era proprio amore, altro che compagnia, un amore fatto di piccole cose, un amore che gli altri non avrebbero sognato e che non sognavano, poveri sciocchi, vani sbruffoni, che ne sanno dell’amore che c’era tra noi quando la notte, in silenzio, sul divano di velluto verde, guardavamo vicini l’amica tivù, Food Channel e vecchi film con JohnWayne, quando abbracciati ce ne andavamo a nanna sul tuo grande letto,  e quando la mattina il primo sorriso era per me, era per te. Che ne sanno dell’amore che c’era in un gesto insignificante, insignificante per gli altri, quando mi cucinavi il pescegatto fritto e me lo preparavi con tanta cura, diliscato e senza sale, che mi si strappava il cuore e  me lo mangiavo tutto con gli occhi che mi si riempivano di lacrime per la tua bontà, la tua generosità,  perché ti amavo così tanto e non volevo farti capire che il pescegatto fritto non mi è mai piaciuto.

E come si stava bene nella nostra casetta! Tu la chiamavi la tua catapecchia, ma credimi, c’è molto  di peggio. La vista esterna la penalizzava: avrebbe avuto bisogno di una mano di vernice, il bianco del legno si scrostava tutto attorno, corroso dal sole feroce e dalle piogge d’agosto, e la cassetta delle poste, un ammacco di ruggine, sembrava un vecchio flamingo impagliato, ma la porta violetta mi faceva sentire felice. Né  del resto tu eri incline al giardinaggio: davanti al patio di dietro, il giardino cresceva scomposto, sconsiderato, lo steccato di legno marciva e sterpi crescevano incolti tra pezzi di vetro e  ricambi ferrosi per l’auto, né  ti curavi che fosse diventato patria di serpenti e altre amene creature. Ti piaceva però, in certe dorate serate di ottobre, prima di cena, sprofondare nella vecchia sedia a dondolo del patio, vestita solo di una leggera camicia da notte bianca e leggere uno dei tuoi mille romanzi. Io me ne stavo accanto a te a guardarti e sentirti sbruffare: “La maggior parte di questi libri è aria fritta, è un ruminare, è un masticare biada o quel che passa il convento, è un rovesciare sacchi di vernice sulla tela per vedere l’effetto che fa. Tutta la letteratura è una farsa.”
Non ti capivo. Ma il fatto che tu condividessi con me i tuoi pensieri era sufficiente per farmi sentire beato, mentre sopra di noi piccole nuvole azzurre si lasciavano sospingere da un refolo di vento, lentissimamente,  come giovani sfaccendate in carrozza.

Eri fiera della tua biblioteca. Scaffali e scaffali di legno chiaro,  pieni di libri, libri ordinati magistralmente secondo la sfumatura di colore del dorso di copertina, si andava dal bianco snob dei sonetti elisabettiani  al verde consumato delle spy-stories al fucsia trillante dei romanzi newyorchesi, pieni di whisky e belle donne, al nero polveroso di vecchie edizioni di tragici greci. Erano libri  dalla copertina usurata, dai dorsi sgualciti, strappati, consunti, libri segnati da impronte circolari di vino e caffé  (posavi sempre la tazza o il calice sul libro per andare al bagno)  vergati da segni rossi e insulti all’autore, da disegnini vezzosi a china sui bordi, come miniature medioevali, libri macchiati da ditate unte, con le pagine incollate da frammenti spiaccicati di antichissime patatine fritte, edizioni di lusso con brevi ricette scarabocchiate in prima pagina (leggevi spesso con la tivù  accesa su programmi di cucina). Ma l’orgoglio tuo più  grande, non cessavi di ripetermelo, era l’ opera omnia di Ellery Queen, color giallo scuro, distesa come in un’amaca fra un volume marrone pallido di Sant’Agostino e una raccolta di saggi ocra di Baldwin.

Un giorno abbiamo preso la Cadillac rosa e ce la siamo filata al matrimonio di non ricordo chi, una tua lontana cugina credo, in North Carolina. Come mi sentivo fiero, amata cicciona, quando finalmente mi hai presentato alla famiglia! (Era tempo che tu lo facessi).
Un matrimono incredibile, tutti neri come l’oceano in una notte tropicale, come la notte in una notte senza luna, e analogie simili, tutti con grossi denti bianchi e anelli d’oro, credevo mi avrebbero trattato con distacco, la questione razziale lo sai, e invece mi hanno sorriso tutti, tutti sono stati gentili e da un buffet stupendo mi hanno offerto quintali di hushpuppies e pescegatto fritto.

Che poi, secondo me, è anche colpa del pescegatto fritto se una mattina non ti sei svegliata, sembrava dormissi finalmente serena, un lieve sorriso, le labbra socchiuse: t’ho vegliata per tre gorni perché  nessuno osasse svegliarti, ma lo sapevo che non ti saresti svegliata, non sono stupido come pensano, lo sapevo e per la disperazione e per la fame mi sono mangiato l’opera omnia di Ellery Queen e alla fine il mio dolore è uscito come un urlo, e son venuti a prenderti e io li ho seguiti, adesso in silenzio, e ho visto, ho visto tutto lo sai, ho visto che ti hanno messo in una cassa e hanno messo la cassa in una fossa e una pietra nera sopra la fossa, non ti sarebbe piaciuta per niente quella pietra nera, ma io almeno mi ci posso accucciare tutto il giorno e porgervi l’orecchio – il destro, ma talora anche il sinistro - per sentire se mi parli  ancora, posso attendere la notte per sognare di dormire ancora assieme a te e poi svegliarmi e alzare gli occhi alla luna e alla luna abbaiare.

(Racconto di Emanuele Pettener)

[Questo racconto è stato pubblicato per la prima volta in inglese, tradotto da Tom di Salvo, in Big Pulp, Winter 2012, e successivamente in italiano in Nuova Prosa, n. 58].

 

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