Spunti & Racconti (79)

Venerdì, 30 Novembre 2001 01:00

Né una mappa e né un magnete

Ricordo bene quel pomeriggio. Il cielo era fuggevolmente azzurro, abbellito unicamente di bianche nuvolette appiccicate, che avevano tutte la forma di cuore.
Non avevo una meta, né una mappa e né un magnete. Volevo solo farmi una passeggiata in solitudine, dopo tanto tempo. Passai così da una calle all’altra, attento soltanto a non andare a sbattere contro la gente che veniva nella direzione opposta. Poi cambiai di colpo direzione — per cercare qualche angolo di silenzio — e quando pensavo che sarei sbucato in un campiello che conoscevo mi ritrovavo di fronte un arco; quando mi aspettavo un passaggio, mi imbattevo in un palazzo mai visto o in un giardino privato.
Proseguii muovendomi goffamente girando a vuoto, in circolo, cercando in qualche modo di orientarmi. Ma via via che camminavo mi perdevo sempre più, finché non mi imbattei in una tranquilla vecchia signora seduta su una panchina intenta ad accarezzare un gatto.
Le chiesi dove fossimo e ricordo che rise di gusto dicendomi che tutti quelli che si perdevano da quelle parti — perché erano parecchi, mi disse — si sarebbero di sicuro ritrovati a San Giovanni Grisostomo a guardare la Maddalena negli occhi, che questa era la regola.

Sabato, 15 Ottobre 2016 11:44

Gocce di fuoco

“Se continua così fra un po' piove”.
Entrava sempre così, colorando la casa con i toni del giallo e dell'arancio, anche in inverno. Quella frase era il tormentone che faceva sempre ridere i suoi figli perché la diceva solo quando fuori pioveva a dirotto, e più era forte la pioggia più c'era gusto.
Giulio aveva sempre vissuto sopra le righe e aveva quella rara capacità di fare della vita un continuo gioco, una sfida, ma nel senso buono del termine. E questa sua capacità, che neanche si rendeva conto di avere, lo aveva portato ad essere conosciuto da un sacco di gente, stimato nel suo lavoro, cercato da tutti e adorato dalla sua famiglia.
Il giorno in cui incontrò Adriana era ad un colloquio di lavoro, per fare l'operaio in un maglificio. Il titolare gli stava mostrando la fabbrica quando si videro e in un solo momento, tra macchine, lamiere e rumori grigi unirono per sempre i loro cuori.

Mercoledì, 24 Agosto 2016 09:45

L’imprecisione dei numeri



Siamo cresciuti, quasi tutti immagino, con la pressione nelle orecchie di alcune verità inconfutabili, direi: tendenzialmente.
«I numeri non mentono.» «Torniamo ai numeri.» Frasi dominate da una superba quanto terrorizzante: «La matematica non è un’opinione».
Sarà colpa di un ingrassamento fuori controllo se quei vestiti mi sono sempre venuti stretti? Eppure ero già così magro.
Mi pare che ci sia una tale fiducia nei detti numeri che mai e poi mai ci viene in mente, per vecchio istinto magari, di sbirciare se per caso qualcosa non vada alla perfezione. Li crediamo subito, diamo fiducia al volo.
Certo il numero è il numero, però c’è una vendetta, piccola e sorridente, quando si dice «Quello sì che ha dei numeri». «Ha fatto un gran numero.» Un atleta. «Ha finito il suo numero fra gli applausi.» Un comico.

Giovedì, 18 Agosto 2016 09:32

These things happen



I said it out loud, as though I were passing along common sense sage wisdom to my ten-year old. But, as I heard the words, they sounded strange, wrong and dismissive in the way that phrase has always reached us.
But that’s what went through my head, reading Keeper of the Moon, a southern memoir, on the train to work. I read of Michael, Bill’s fecklessly wayward son, and I had to smile, though it stung old and sharp. At the station stop I looked out of the window. A chain link fence, inches from a door on an old brownstone. Something from Escher, it looked impossible to enter or exit the building there, and it looked as though no one had for years. These things happen, I thought. Buildings are constructed, lives enter and leave inside them. Sons rocked and put to bed and the chills find them through the cracks.  Sons, raised in the ways a father hopes are still good and right, still usable in a world no longer understood. Michael, the shy one, not imbued like his father with a silver tongue and a head that meant business. Michael retreats, or tries to, but the town is smaller than the forests he wanders after school, and we all come to learn that you can’t hide forever.

Mercoledì, 17 Agosto 2016 15:47

Dissecting Blackbirds



So far I do not like Blackbirds by Raymond Carver. It is one of his later stories, and I don't think I'm strong enough. I want to like it, but its center of gravity is elsewhere in comparison to the style he had built to this point. Yes, a lack of strength. Thin genes are to blame. Nights of sleep when there should have been words. I never grew big, not big enough. I was stronger in college. With a meal card and a 24-hour gym, I could bench press Kafka and curl Dostoevskij at the drop of a hat. It helped to have no social life. I was thick with it. I could feel the blood coursing through, especially in summer when classmates have you flexing against the weight of better judgment. My arms were brown. I slept well at night. I wrote letters to myself in a foreign hand.

Right off the bat, the guy doesn't think it's her handwriting. It is a letter that has been slipped under the door of his study. The setup is good. Mystery in the familiar home. What's not to like? He pauses to venture down a side narrative about his memory, filling some lines and questioning the questionability his own narration. He lapses into an inner monologue fans of Carver recognize, only to return to the present and begin to transform the simple act of receiving a letter into a muted psychological thriller. Returning to confusing letter, and a noise down the hall, his house - this place of comfort and a buttress against the outside world - is suddenly a place not entirely known, a distrusted other. All the lights are on, but soft, subtle noises are slowly transfiguring it from a place of solace to a reluctant funhouse, something he must confront. But too soon the jig is up, and we see the letter is, indeed, of his wife's hand. Like the protagonist, I am distraught as the story strays further from me, soon just outside my reach and pledging never to return. It is of no use, I fear. Like his wife, it has decided and is already walking away. I want to stop it, but I am not strong enough. If I could only call on others to help.

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