Spunti & Racconti (79)

Sabato, 26 Luglio 2014 00:00

Buchi

Buio. Un scintilla d’acqua. Poi un’altra. Tre gocce, quattro gocce. Una crepa. Si allarga, lascia passare, un fruscio, una catenella, una cascata. Mi porta, sono fradicio, cado. E sbatto. Fa freddo. Apro gli occhi.
Buio. Lentamente lo sfarfallio della vista comincia a percepire. Chiazze acide di luce debole si allargano e si restringono come cera in una lampada; con un tondo scoppio metallico si condensano in forme visibili ma non riconoscibili. Una strada, mai percorsa. Un passaggio, mai aperto. Una dimensione, che non governo. I battiti nel petto vanno in risonanza con un suono lontano; la gola si chiude man mano che un calore, greve, si avvicina alla pelle. Bagnata. Brevi scoppi di forme illuminano stralci di pareti. Lo sento, il soffio, pesante e umido. Si avvicina. Mi alzo, in piedi. I piedi, nella melma. Il calore, che arriva. Uno scoppio. Illumina un volto. Sembra il mio, ma è deforme: crudele. Ho paura. Uno sforzo. Stacco i piedi, un passo, poi un altro. Cerco, come sempre. Un passaggio, che mi salvi. Un buco, che mi risucchi. Lo  vedo, poi lo tocco. Ecco, quello che devo fare. Per scappare, di nuovo. Appare, tra le brevi luci. Con le mani, lo tocco.

Giovedì, 17 Luglio 2014 00:00

Dubbi

Ansimo, respiro caotico, buio, luci e flash, rumore, urla.
Calmo!, devo stare calmo, calmo; tranquillo, tornare in me: torna in te, torna a te, mi dico.
Dura poco, sempre meno.
Respiri profondi, col diaframma… inspira, espira… inspira, respira.
Sì, è passato.
Potrei quasi dire, volendo, osando, di essere fortunato; dopo solo un anno sto quasi bene; o almeno non troppo male: non capita più tutte le notti; ormai, una o due a settimana.
Sì, ok, è passato!

Mercoledì, 16 Luglio 2014 00:00

Il peso sospeso delle parole

Capite che il tempo è un elemento poroso,
elastico, che si presta  mirabilmente a
 un certo tipo di manifestazioni…
Julio Cortázar (Berkeley, 1980)

Avevo voluto strafare: tra le dita reggevo una quantità esagerata di calici vuoti con gli steli rovesciati e trattenuti per il fondo. Udivo di sotto la frenesia degli amici in vena di lasciarsi andare. Scendevo le scale che conducevano in cantina. Un passo falso e mi ero sbilanciato su un gradino smussato: oddio! Cadendo avevo tentato di sorreggermi al corrimano della ringhiera, i cristalli avevano sbattuto sul ferro, qualcuno si era spezzato, ferendomi. Nella caduta avevo rovesciato il vaso di gerbere all’angolo del pianerottolo ammezzato, l’acqua dei fiori e il suo sentore fetido si erano sparsi. Avevo sbattuto la faccia e mi doleva la bocca. Restai riverso per un tempo indefinibile, impaurito dal piccolo disastro, il cuore pulsava più forte. Tastando intorno, cautamente, mi resi conto con una certa emozione che stavo nel letto. Morbidamente: assaporai la consistenza cedevole del materasso. Provavo un senso di benessere, strano, dolceamaro: mistero del sonno, nel suo dominio assoluto neppure i sognatori hanno il minimo credito. Avvertii una specie di consolazione dentro: si affacciò il pensiero bello di Alberta. Ma intriso di un senso di pericolo. Ero già morto da troppo tempo. O almeno mi consideravo troppo invecchiato o troppo rassegnato per immaginare che sarebbe entrata in scena una lei. Capita, ad un certo punto, che un uomo solo - anche un po’ deluso - sprofondi nella propria vita come su un divano sformato dall’uso. Per abitudine azzarda perfino a dire che ci sta comodo.

Venerdì, 11 Luglio 2014 00:00

La memoria del pesce

Un evento seppur vistoso e insolito nella vita di un pesce resta nella sua memoria per circa dieci secondi, al massimo per quindici.
Non sembra dunque più essere vero quello che raccontano i pescatori; e come valutare i loro consigli alieutici, che ci sono stati cari e anche ossessivi. Mi spiace perdere quelle imprecisioni o menzogne, falsi indizi e supreme, presunte verità. Però rivedo in lontananza quegli amici di un tempo, e non posso che sorridere.
Ho dimenticato molto, quasi tutto; frammenti involontari restano e circolano liberamente sparsi; come vogliono loro.
Ci sono eventi o piccole storie di cui si vergognerebbero, o forse si vergognavano. E io le conoscevo. A parti invertite, molto mi dispiacerebbe e me ne angoscerei. Vorrei molto che gli altri avessero la memoria del pesce.

Mercoledì, 25 Giugno 2014 00:00

Le idee del (mio) mondo

Era una di quelle notti in cui si può credere a tutto. Una di quelle notti in cui il mondo nascosto può divenire materia evidente.
Dormiva. La brezza estiva oltrepassava il riquadro della finestra, portandole la luce fluida delle stelle, che le asciugava via dal viso l’odore morbido e rassicurante della crema.
All’improvviso aprì gli occhi, doveva aver dormito solo pochi minuti. Ma di uno strano sonno profondo. Tutto era buio nella stanza e oltre la finestra. Come in una caverna.
Nell’oscurità mise a fuoco due piccole fonti di luce. Verdi. Occhi.

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