Spunti & Racconti (79)

Domenica, 28 Aprile 2013 18:59

Gli alberi in lontananza coperti di polvere

Quando Freya Stark si arruola come crocerossina non ha dubbi a scegliere le montagne italiane. Viene mandata sul fronte giuliano e arriva nella villa dei conti Trento a Dolegnano dove c'è la I Unità Britannica Ospedaliera in Italia diretta da Georges Macaulay Trevelyan, figlio di sir George Otto e pronipote del grande lord Macaulay, autore della History of England – a sua volta figlio di Zachary, il liberatore degli schiavi.
Villa Trento è un luogo importante e Freya lo capisce subito, il giorno in cui arriva. I di Trento sono una famiglia nobile di alto lignaggio che discende da Antonio Sartorelli, colonnello di Carlo V e luogotenente generale di Carlo di Borbone durante il Sacco di Roma del 1527.
Arriva in un mattino luminoso. È lì senza alcun piano in mente, nella speranza che l'ispirazione arrivi al momento giusto. È ferma sul bordo della strada e osserva gli alberi in lontananza coperti di polvere. Ha dormito poco la notte prima. Certi strani sentimenti la pervadono ancora come forze oscure e imprevedibili. Il vento le brucia la pelle e l'ampio, ondulato paesaggio si estende davanti a lei sotto il formidabile vigore della primavera. Il sole, velato d'una nebbiolina, è abbastanza caldo, e il gelo erompe dai suoi nascondigli più riposti.

Sabato, 27 Aprile 2013 23:28

L'astuto si confonde

Gli anni della solitudine non si raccontano, ovvero bastano poche parole; se si volessero chiarire i segreti, allora non basterebbero. Penelope non poteva nascondere i suoi fatti, ma le parole se le vietò; così preservò molto della sua vita e della sua storia.
La solitudine offre il vantaggio del molto tempo a disposizione. E il tempo consente di immaginare o ricostruire anche ciò che direttamente non ci appartiene.
Per un po’ fu disorientata; non tornavano i conti delle notizie, non tornava neppure Oudìs.
I messaggi erano rari, e le notizie arrivavano con i messaggi o qualche illusione a voce, a volte luttuose, a volte fuorvianti, o anche insensate, intrise di storie fantasiose che si riempiono di aggiunte lungo il percorso: se il messaggero era bravo, e in giusta parte disonesto, cioè senza volontà di mentire, ma per il piacere di sentirsi importante, ascoltato per una sera, la comunità ne era acquietata.
I paesi erano attraversati da falsi messaggeri e da veri raccontatori. Ne ricevevano ospitalità e certe volte rispetto.

Sabato, 30 Marzo 2013 09:30

L’ottica di Polifemo, il chiacchierone

Per un tempo senza misura tutti noi stavamo a guardare il mare, indistinto dal cielo, senza punti neri di imbarcazione né schiume bianche di onda.
Egualmente passava un tempo lungo quando il vento agitava le acque e sibilava fra gli arbusti; ma allora più facilmente tornavamo a pensare al gregge, a guidare gli altri animali al riparo nelle grotte.
Alle spalle avevamo sempre il pensiero e la minaccia delle gole di fuoco, i tuoni e i macigni volanti che uscivano dalla montagna rovente.
Non avevamo, e io non avevo, esperienza di piccoli esseri, veloci e fastidiosi, uomini.
Quando arrivarono, preferivo, e lo dissi, che non fossero venuti; cercai anche di dissuaderli e indicai una più ospitale isola, forse felice, dove trovare un approdo facile. Noi non ne avevamo, né avremmo mai pensato di costruirne.
Parlottarono a lungo fra loro e presero terra, in un momento in cui dovevamo pensare agli animali, così li trascurammo, sbagliando.
Com’erano venuti, alla fin dei conti se ne sarebbero andati, borbottò Beronte che sempre stava a disegnare piani di una città che voleva fondare: aveva quest’idea piantata in testa, quando invece le nostre grandi grotte, ventose e miti, andavano così bene per i nostri bisogni.

Venerdì, 15 Marzo 2013 08:11

Divagazioni e intenzioni (prima parte)

Immaginiamo di non sapere che il verso conclusivo dell’Inferno, “e quindi uscimmo a riveder le stelle”, sia del sommo poeta fiorentino; proveremmo ugualmente quel fremito, suscitato dal formidabile effetto liberatorio, di un endecasillabo che definisce e risolve la fine di un incubo e il sorgere della speranza?
Saremmo in grado di separare la frase poetica, dall’autorevole nome di chi l’ha scritta e di considerare quel verso indipendentemente da ciò che l’ha preceduto? Considerandone l’intrinseca bellezza, credo di sì.
Senza dubbio, è questione più complessa, ma è lecito porsi un interrogativo sulla possibilità che uno, o pochi versi, possano vivere autonomamente. Può sembrare un quesito quanto meno irragionevole, ma potrebbe anche trattarsi di una questione cruciale, nell’ambito della creatività poetica.

Mercoledì, 06 Marzo 2013 09:49

Il duello

C’è stato tanto sole in questi ultimi anni che l’erba più forte si è nascosta più sotto; le pietre non fanno ombra, e anche i rettili si sono spostati in altre parti lontane.
Sui due fianchi della valle, parallela al percorso del sole, si sono calcinate le rocce ancor più rapidamente e sono bianche come nessuno le ricordava, così accecanti.
Nessuno si aspetta pioggia o altro che non vento secco e rovente, infatti i bambini non possono ricordare nuvole, l’acqua è solo quella calda raccolta nei pozzi. Si son dovute allungare le corde per raggiungerla; è buona, molto buona, anche se gialla e mescolata a sabbia. È così da anni.
Non c’è memoria che faccia accendere o rinascere desideri veri e forti. È così. Solo le parole sono rimaste, come fantasmi, o suoni. E tutti sono più vecchi; e i guerrieri molto stanchi.
Gli accampamenti sono stati rinforzati sui fianchi della vallata, e spostati sempre più in alto, non tanto per difenderci quanto per non dover attaccare. Ci vorranno anni perché i ragazzi crescano in età da combattere in campo aperto. L’addestramento è fatto in casa, o a caccia di animali, o in scaramucce senza morti né feriti, e molte grida.

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