Spunti & Racconti (79)

Mercoledì, 04 Maggio 2016 08:57

Non sempre la poesia è consolatrice



Mamma

Già da una settimana penso
sempre e solo a mia madre, e a tratti indugio.
Con una cesta scricchiolante in grembo
frettolosa saliva in soffitta.

Ero ancora sincero a quel tempo,
strepitavo, pestavo i piedi:
lasciasse agli altri il bucato rigonfio,
portasse me in soffitta!

Salì, stese il bucato silenziosa,
senza sgridarmi, e neppure guardarmi:
la biancheria luminosa, frusciante
ruotava, volteggiava nell'aria.

Venerdì, 18 Marzo 2016 13:35

La malattia di Rimbaud



Rimbaud soffriva di abilità criptolessica acuta. A lungo andare, un malintenzionato dissacratore potrebbe sostituire acuta con maniacale.
Ditemi che questo dono, o questo disturbo, non esiste e io sono d’accordo.
Però andiamo un po’ a vedere cosa succede nel caso in cui uno ne soffra, o almeno ne sia toccato, paradossalmente illuminato: sofferenza potrebbe non esserci; e anche non trattarsi di malattia, ma di una risorsa straordinaria, di un esempio di abilità assolute.
Non ditemi che stiamo parlando del nulla, o di un caso del tutto astratto, teorico; perché un caso reale, o come lo si voglia chiamare, identificare, un caso almeno c’è. Ed è quello di Arthur Rimbaud.

Venerdì, 26 Febbraio 2016 08:39

Ciò che si è salvato vuole parlare

Caro M.,

sono contenta di aver ricevuto la tua Lettera.
Finalmente possiamo chiudere un ciclo e riaprirne un altro.
Benché illusorio, è un modo di suddividere l'esistenza, ordinarla in tappe, o tutto, troppo, ci franerebbe addosso.
Scopro un linguaggio antico per parlarti, come se fosse già scritto dentro di me.
Non devo fare altro che restituirlo alla luce, riportarlo al presente.
La cancellatura del titolo mi procura grande piacere.
Ti consegna spoglio alla lettura, più vicino all'anima, che cerca incanti.
Perché evochi altri contatti?

Martedì, 29 Dicembre 2015 14:41

L’alzaponti

Le cose bisognava saperle fare, e così nasceva la professione. Anche quella dell’alzaponti.
Non si chiamava pontefice, nel senso di facitore di ponti, né architetto, che nel caso sarebbe ben appropriato, dovendo tendere archi, cioè alzare la schiena di un ponte per scavalcare un torrente; per altro, architetto è una parola molto importante; anche pontefice, non dico.
Ma fare ponti è un mestiere, che ha i suoi rischi, per l’alzaponti stesso, per la sua famiglia, e più spesso di quanto si creda a causa di una maledizione che a volte si insinua inattesa là dove non dovrebbe. Cioè mai, e invece c’è realmente.
Anche i passanti hanno i propri timori, e avviene che facciano percorsi molto più lunghi, per evitare certi ponti; per fortuna tante cose si dimenticano e ci sono ancora ponti perché ci sono ancora torrenti, e le montagne hanno bisogno di sentieri e i guadi non sempre sono sicuri, d’inverno mai.
I ponti in pietra, quelli costruiti dall’alzaponti, sono ancora lì: non dico tutti, perché nessuno li ha mai contati e attribuiti con certezza, ma ce ne sono parecchi; saranno certo di costruttori diversi, ma la professione era una e bisognava pagarsela, voglio dire meritarsela, con fatica e sacrifici estremi com’è avvenuto in casi leggendari, cioè raccontati.
Marcos Kantoghiofýris, è stato più di un alzaponti anche se il suo nome allude soprattutto a quell’attività (strano nome ma traduzione corretta: Fanneunponte); e il luogo, l’Epiro, è la più frequente e famosa zona di attività di tutti gli alzaponti del XVIII secolo, con esempi già nel secolo precedente.
È rimasta nella tradizione una variante del suo nome in Kontoghiofýris, grafia per certo più logica dell’altra – che è di provenienza orale, assonante – ma dal punto di vista della professione certamente negativa: sarebbe a dire Pontecorto, che non è il massimo per un alzaponti. E per di più sta in corrispondenza, o in premonizione poco o molto credibile del momento più doloroso della sua vita: l’incontro col diavolo.

Caro M,
la tua Lettera conferma ciò che mi ero proposta col mio scritto: conoscere e farmi conoscere.
La tua emozione mi dà la certezza che il mio tentativo è stato giusto, capace di restituire la voce ed alcune verità, non solo mie.
Non lo credevo più possibile, anche se percepivo continuamente dentro di me il loro impaccio, un carico immenso che era difficile portare da sola.
Ho cercato di alleggerirlo raccontando la nostra storia, dove vi ho ritrovato tutti: reali e immaginati.
Te, in particolare.

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