Super User

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Lunedì, 30 Novembre -0001 01:00

Né una mappa e né un magnete

Ricordo bene quel pomeriggio. Il cielo era fuggevolmente azzurro, abbellito unicamente di bianche nuvolette appiccicate, che avevano tutte la forma di cuore.
Non avevo una meta, né una mappa e né un magnete. Volevo solo farmi una passeggiata in solitudine, dopo tanto tempo. Passai così da una calle all’altra, attento soltanto a non andare a sbattere contro la gente che veniva nella direzione opposta. Poi cambiai di colpo direzione — per cercare qualche angolo di silenzio — e quando pensavo che sarei sbucato in un campiello che conoscevo mi ritrovavo di fronte un arco; quando mi aspettavo un passaggio, mi imbattevo in un palazzo mai visto o in un giardino privato.
Proseguii muovendomi goffamente girando a vuoto, in circolo, cercando in qualche modo di orientarmi. Ma via via che camminavo mi perdevo sempre più, finché non mi imbattei in una tranquilla vecchia signora seduta su una panchina intenta ad accarezzare un gatto.
Le chiesi dove fossimo e ricordo che rise di gusto dicendomi che tutti quelli che si perdevano da quelle parti — perché erano parecchi, mi disse — si sarebbero di sicuro ritrovati a San Giovanni Grisostomo a guardare la Maddalena negli occhi, che questa era la regola.
Lì per lì non diedi troppa importanza a quello che mi aveva detto sulla Maddalena, ma sapevo dov’era San Giovanni Grisostomo e mi pareva impossibile essere da quelle parti. Poi però svoltai l’angolo e dopo aver infilato una calle strettissima ed essermi affacciato per sbaglio su un rio, riuscii d’improvviso a ritrovare il passaggio della folla che così ostinatamente avevo cercato di evitare.
Ero proprio lungo la calle che collega la Strada Nova con Campo San Bortolomio, di fronte a San Giovanni Grisostomo, in pieno centro. Insomma: come volevasi dimostrare.
Decisi così di entrare in chiesa. Non ero mai entrato in questa e forse era l’occasione giusta. Così pensai. E poi volevo sedermi perché le gambe mi facevano male e sentivo il bisogno di riordinare le idee.
Ricordo che mi colpì subito, appena entrato, la pianta a croce greca con volte a botte e cupola centrale. Si notava eccome l’evocazione esplicita di Bisanzio, ma era chiaro e notevole anche il linguaggio rinascimentale.
La chiesa — lessi su una piccola guida che avevo infilato in borsa prima di uscire — era stata fondata nel 1080 e completamente ricostruita alla fine del Quattrocento da Mauro Codussi che però morì quando la costruzione era da poco iniziata, nel 1504.
Osservai con sommo stupore la geometria e le proporzioni dello spazio interno rimanendone all’istante ammaliato. Navata e transetto che si intersecavano a metà della loro lunghezza, l’ideale composizione piramidale dei volumi e poi il cerchio, simbolo del divino e forma perfetta. Una quadripartizione antica — con le braccia rivolte verso le direzioni cardinali a indicare le posizioni dei solstizi e degli equinozi — nata per esaltare il segno cristiano per eccellenza: la Croce.
Mi soffermai poi nella prima cappella del lato destro, davanti alla pala di Giovanni Bellini, una sacra conversazione dai colori brillanti che, come lessi nella guida, era il suo ultimo lavoro firmato e datato.
Era incredibile notare sullo sfondo il cielo, le montagne e la luce tra-sparente dell’alba che sembrava infiammare le nuvole rosate di riflessi vivi appena percettibili.
E poi, all’improvviso, vidi la Maddalena che mi guardava con il suo manto verde e il vaso del profumo del nardo che esprime l’amore immenso, senza paragoni.
Sembrava uscire dal quadro con quello sguardo dolce e un po’ malinconico che ammaliava per la sua perfezione.
La tela era quella di Sebastiano del Piombo, proprio sull’asse longitudinale della chiesa. Un’opera straordinaria che emanava calma solenne e maestà sublime e in cui si potevano vedere, tutti assieme, gli elementi della grande rivoluzione pittorica avvenuta a Venezia nella prima decade del Cinquecento.


(Marco Crestani)

Venerdì, 19 Maggio 2017 13:51

Il cimitero di Eco

Mi piace un botto che i miei amici mi consiglino dei libri, c’è sempre un piacere sottopelle durante una conversazione a sfondo letterario, ci si sente quasi degli intellettuali, in senso buono, certo, non in senso snob, be’, forse appena un poco, comunque sia ci si sente bene, elevati, privilegiati, si fa parte di una élite, una ristretta élite di quelli che ancora leggono i libri, possibilmente su carta, grazie, e gli e-book? Eh, lì si storce un po’ il naso ma poi si perdona, l’importante è leggere, leggere, leggere e poi, dopo aver letto, scambiarsi le opinioni, i commenti, i consigli – ah, che bella che è una bella discussione letteraria, lasciamo perdere che il più delle volte è anche noiosa, che non si ha mai letto questo o quell’altro, che a volte si fa finta, che non ci si ricorda il titolo, che si annuisce poco convinti di una trama che ci sembra sempre la solita, ma che ci viene presentata di volta in volta come emozionante, commovente, elettrizzante ed ogni altro aggettivo strabiliante che è anche participio presente, quella trama di quel libro di quell’autore che poi hanno fatto anche il film di quel regista con quell’attore ma però il libro è ceeeeeeento volte meglio, ma che scherzi?, neanche il paragone, DEVI LEGGERLO, non si discute e allora che fai? Te lo compri.

Lunedì, 10 Aprile 2017 08:23

Io, il pattinaggio, Yuzuru e la yuzurite

Sì lo ammetto, sono malata… malata! Qualcuno mi aiuti per l’amor del cielo!
E non è per niente facile parlarne, ve lo dico. Primo perché la gente non mi capisce, secondo perché la gente non sa proprio niente in generale, riguardo a questa faccenda. Non voglio offendere nessuno, sia chiaro. Però la malattia di cui soffro richiede una certa preparazione di base.
Provateci voi a capirne qualcosa se non avete mai praticato uno sport chiamato “pattinaggio artistico”. Uno sport che appena inizi a praticarlo pensi che sarà impossibile, che non ce la farai mai a fare un giro su te stessa con i pattini addosso, in movimento, atterrando su un piede solo, anzi su un pattino solo, e a rimanere pure in piedi!

Mercoledì, 05 Aprile 2017 13:52

Bruno Dakskobler

Bruno Dakskobler, classe ‘73, vive e lavora a Venezia. Ha fondato una piccola casa di produzioni cinematografiche indipendente, ha scritto sceneggiature per cortometraggi e lavorato come giornalista sportivo.
Il suo primo romanzo, La resipiscenza del tacco 12, è stato pubblicato da Meligrana editore nella collana Priamo.

Mercoledì, 05 Aprile 2017 09:56

Una cosa che mi ha insegnato La La Land

L’anima pesa 21 instagrams e questo è quanto. Insomma l’altro giorno un mio amico carissimo mi manda via whatsapp un link su una tizia che ha fatto una specie di incantesimo, un rito magico per poter fare un selfie con Ryan Gosling. Cristo, voglio dire: anche a me è piaciuto quel film, sono andato a vederlo due volte, mi è piaciuto tutto, la colonna sonora, i costumi, la scenografia, la coreografia, tutto - ma non è che mi è saltato in testa di andare da un mago per uscire a cena con Emma Stone, o no? Comunque la questione mi è sembrato meritasse una riflessione, allora ho risposto al mio amico con qualcosa tipo: non c’è più religione oggigiorno, ci si vende l’anima per un selfie, dove arriveremo? Gesù! Dopo un paio di minuti vedo che il mio amico non ha ancora risposto, forse pensava che la mia fosse una domanda retorica - e forse lo era, ma buona educazione dice che bisogna sempre rispondere se qualcuno ti chiede qualcosa, giusto? Ma insomma gli riscrivo rincarando la dose: tra un po’ si faranno le sedute spiritiche via skype!

Martedì, 24 Gennaio 2017 11:29

Si trattava (forse) dei Fratelli Karamazoffe



Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Bruno Dakskobler, autore de La resipiscenza del tacco 12 (Meligrana/Priamo, 2016). Uno che potrebbe raccontarti di cinema e libri per ore, se solo gli piacesse parlare da solo.

Bruno, la tua potrebbe definirsi una commedia aeroportuale, un nuovo genere.  Qual è l'aspetto che più ti affascina di questo microcosmo, che hai vissuto nel quotidiano per diversi anni?

Be’, è un posto impressionante per la quantità e la qualità della gente che ci lavora, una fauna pazzesca! Un piccolo mondo, ci si diverte un sacco – poi purtroppo si lavora pure, ma amen. Ma anche il lavoro, in aeroporto, è particolare, qualunque esso sia: gli aerei e tutto quello che ci gira intorno sono ricchi di fascino e interesse per tanta gente. Così, avendo la fortuna di viverlo ed essendo discretamente grafomane, ho pensato che forse un romanzo ambientato in aeroporto avrebbe venduto milioni di copie e io me ne sarei potuto andare a Tenerife per il resto dei miei giorni, e ciao ciao aeroporto, con te ho chiuso finalmente! Perché poi, bello è bello, ma alla lunga gli daresti fuoco. Gli aeroportuali sono tutti terroristi ante litteram. Comunque mi mancano quasi un milione di copie per arrivare al primo milione. Ma ho più fiducia di arrivare lì che alla pensione.

Sabato, 15 Ottobre 2016 11:44

Gocce di fuoco

“Se continua così fra un po' piove”.
Entrava sempre così, colorando la casa con i toni del giallo e dell'arancio, anche in inverno. Quella frase era il tormentone che faceva sempre ridere i suoi figli perché la diceva solo quando fuori pioveva a dirotto, e più era forte la pioggia più c'era gusto.
Giulio aveva sempre vissuto sopra le righe e aveva quella rara capacità di fare della vita un continuo gioco, una sfida, ma nel senso buono del termine. E questa sua capacità, che neanche si rendeva conto di avere, lo aveva portato ad essere conosciuto da un sacco di gente, stimato nel suo lavoro, cercato da tutti e adorato dalla sua famiglia.
Il giorno in cui incontrò Adriana era ad un colloquio di lavoro, per fare l'operaio in un maglificio. Il titolare gli stava mostrando la fabbrica quando si videro e in un solo momento, tra macchine, lamiere e rumori grigi unirono per sempre i loro cuori.

Conversazione con Chiara Mazzucchelli



Chiara Mazzucchelli è docente di lingua e letteratura italiana presso la University of Central Florida di Orlando. Si occupa di letteratura italiana dell'emigrazione e studi italoamericani e ha pubblicato "The Heart and The Island: A Critical Study of Sicilian American Literature" (SUNY Press, 2015). Dal 2009, è anche Editor della rivista accademica Voices in Italian Americana-VIA.

Lei dirige una delle principali riviste dedicate agli studi e alla narrativa italoamericani. Quali sono le soddisfazioni e le difficoltà maggiori di questo lavoro?

Voices in Italian Americana è una rivista letteraria a cadenza semestrale dedicata agli studi sulla letteratura e cultura italoamericana fondata nel 1990 da Fred Gardaphé, Paolo Giordano e Anthony Tamburri. Da più di venticinque anni, VIA pubblica saggi critici, racconti, poesie e recensioni di studiosi già affermati nel campo e di esordienti inediti e promettenti. Io mi sono affiancata ai “padri fondatori” in qualità di editor nel 2009 e ci avvaliamo di un gruppo di preziosi collaboratori quali Deborah Starewich (assistente editoriale), Fred Misurella (editor della sezione recensioni) e Peter Covino (editor della sezione poesia). Lavorare per una rivista come VIA, che da un quarto di secolo è specchio e prisma degli studi sulla diaspora italiana in Nord America, è un’esperienza davvero unica perché si ha la possibilità di entrare in contatto diretto con studiosi di tutto il mondo, non solo del campo degli studi italoamericani, ma anche di altre discipline connesse. Lo scambio di conoscenze e competenze che ne risulta è assolutamente straordinario e mi permette di conoscere e seguire in anteprima le nuove tendenze della critica e della teoria letteraria e di offrire a scrittori emergenti la possibilità di raccontarsi.

Mercoledì, 21 Settembre 2016 08:01

Diario di un insegnante ai Tropici (Fifteen)

[Insegno “Italian Writing Workshop” a Florida Atlantic University. Studenti da tutto il mondo scrivono in Italiano, svolgendo temi secondo precise indicazioni. Per esempio, “Un momento di felicità”, ove lo studente deve raccontare e trasmettere in 500 parole un attimo di gioia assoluta. Ecco la composizione di Camila Rochwerger, Argentina di Buenos Aires, trasferitasi a Miami a 5 anni e quindi bilingue (Spagnolo e Inglese), studentessa di Italiano a livello avanzato. Ho limitato il mio editing al minimo indispensabile, lasciando che la lingua di Cami, coi suoi richiami angloispanici – un Italiano nuovo – emerga calda e potente].

Venerdì, 02 Settembre 2016 08:15

Diario di un insegnante ai Tropici (Fourteen)



I was wandering between the tables at an outdoor café in Delray Beach, thinking about the vanity of mankind, when all of a sudden I saw this huge black woman, dressed in purple and orange, who was reading a tiny yellow book, a detective story. Ah, if only I had been born a painter!
(I’m not saying a Raphael or a Mantegna, even a second rate painter, a minor Lithuanian from the last century – I would call the painting: “Large Black Woman With Murder Mystery”).
It was one of those cafés and one of those mornings from a bygone Florida, both suspended in the opalescent heat of the sun, in the azure-blue incandescence of the sky, with the sound of the ocean breathing calmly across the street, a half mile farther away, the shrill delightfully ear-splitting droning of the cicadas and the indistinct squawking of the seagulls. On those mornings the smell of sausages and eggs drifts out of busy restaurant kitchens and blends in with the aroma of suntan lotion and gasoline and everything, cars, human beings and iguanas, don’t seem to be in a hurry, they seem like part of the scenery, like the asphalt cracked from the sun or the shrubbery.

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