Lunedì, 28 Settembre 2015 07:50

Da una città strana

Campocroce fa parte del comune di Mogliano Veneto, in provincia di Treviso, regione Veneto.

Venivo da una città strana che mi apparteneva e mi respingeva: ma Bolzano era stata la mia città. Mi traferii in un luogo di campagna. Per dolorose traversie familiari arrivai nel Veneto quando avevo appena indossato i diciott’anni. A Campocroce non frequentavo ancora amici, conoscevo solo qualcuno che avevo incrociato in una breve vacanza. E il nome del luogo mi provocava una certa inquietudine scaramantica. In tale solitudine coatta, per me inusuale, impegnai un mese a smontare ossessivamente un vecchio carro e poi a recuperarne le ruote, a tingere il legno di rosso con la ferramenta nera. Le appesi come lampadari kitsch in un locale che avrebbe dovuto accogliere tanti amici per festini intriganti: lavoro sprecato. Pareva che qui tutta la vita non superasse per dimensione, non dico solo di quella metrica ma anche di quella intellettuale, l’altezza del grano o del mais, al massimo delle viti che erano robuste e pompate d’acqua per produrre tanta quantità. 

Da lontano i vecchi braccianti agricoli si facevano beffe del mio maxicappotto e dei capelli ostinatamente lunghi. Da vicino mi trattavano con il rispetto diffidente e furbetto dovuto agli estranei, anche quando erano ragazzi, se ostentavano il blasone di un’esperienza di città e non conoscevano il dialetto.
In qualche modo trascorsero i mesi: velati da una stupida nostalgia. Guarii quasi inavvertitamente e mi appropriai del luogo immergendomi, lentamente, fino ad avvolgermene: fino a quando pervenni, dopo un cammino di liberazione dalle scorie, a penetrare le ragioni della sua essenza che ovunque manifestano una speciale bellezza. Fosse solo quella bellezza della bruttezza che hanno certi cani molto affettuosi.
Mi apparvero nuove trame e paesaggi inesplorati, naturali, e me ne innamorai.
Ciò che stupisce chi non conosce i borghi di campagna è l’apparente assenza fisica di gente, di occasioni per i ragazzi di frequentarsi, di corteggiare le ragazze, posto che esistano da qualche parte. Eppure scoprii una rete, ricca di interazioni e di appuntamenti incredibili e originali, dove la fantasia e l’intelligenza supplivano alla carenza di comodità.
A distanza di molti anni mi sono trovato a descrivere, talvolta a difendere l’identità di questo angolo di mondo. Campocroce è una piazza minuscola con tante case sparse. Ma la vecchia Filanda, con la chiesetta da un lato e l’antico convento dall’altra, è un luogo dell’anima: da tempo immemorabile la prospettiva è la medesima, con il campo coltivato davanti che ne trasforma i connotati ad ogni stagione agricola.

La chiesetta di San Teonisto e la filanda: qui trovai ispirazione per uno dei miei vecchi racconti: Bimba nostra bella. Sepolta sul sagrato a lato della chiesa c’è ancora la tomba di una donna che mise al mondo ventinove figli. La lapide, stinta, è una rivelazione di pazienza, di amore, forse di sottomissione. Ma la donna estinta è stata mirabile testimone della mia immaginazione per un pellegrinaggio quasi mistico di una coppia gay, a implorare un miracolo che aprisse la possibilità di avere una bimba propria. Correva l’anno 2005 e allora era un racconto visionario:
                      

... Ritornammo alla tomba quasi ogni settimana, dopo quel primo appuntamento predestinato. Ci andavamo di mattina presto, quando non c’era nessuno in giro. Stefano appoggiava sulla lapide marciapiedi un piccolo vaso in cristallo sagomato. Ce lo portavamo in macchina da casa: Stefano lo teneva diritto, io stavo attento a non frenare brusco per non rovesciare l’acqua. Dentro ci stava solo un fiore, quasi sempre mettevamo una rosa. Il rito sulla tomba durava pochi minuti. Lui mi prendeva per mano, ognuno pensava qualcosa per conto suo, una specie di preghiera. Poi ci riprendevamo il nostro vasetto e tornavamo indietro. Senza lasciare tracce. Senza spandere l’acqua...

Roberto Masiero

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