Giovedì, 25 Settembre 2014 00:00

L'anarchico Emilio alla Giudecca

Arriviamo in anticipo alla Giudecca, come sempre, come bisogna quando si deve fare una lettura senza sapere cosa si troverà.
Il Festival è un evento sostenuto da volontari: credo che agiscano spinti dalla volontà di promuovere una duplice utopia: la Giudecca e l’arte, entrambe a rischio di una brutta fine, seppur generate dalla bellezza.

Come tutti, portiamo sulle nostre spalle il peso della nostra personale arte, rinchiusa in fagotti vari; che pesano, che ingombrano, che a Venezia moltiplicano le virtù dei molti artisti-facchini presenti.
Io, mi dico in tono confidenziale tra me e me: io sono un artista?
 Io, mi rispondo, io non lo so.
 Non so chi sia un artista.

Quello che sospetto, però, è che un artista dovrebbe scomparire come “io”, e lasciare a chi la vuole, la propria presunta arte: deciderà lui, poi, se quella lo sia o meno.

La vista dalla Giudecca è oltre ogni possibilità di descrizione, e va un poco diluita, ignorata: è troppo, e il troppo stona. E stonare, per qualsiasi arte, non è buon auspicio.

C’è vento, c’è sole.

C’è ombra, per cinque minuti circa mentre passa una grande nave. I passeggeri sono tutti fuori a guardare Venezia, e forse non pensano che al loro passaggio, la visuale di cui godono, per quelli che loro stanno guardando, viene negata e rubata dall’incolpevole avidità dei loro sguardi.
Raggiungiamo l’area delle casette.
Un campo quasi adiacente all’altro lato della laguna.

C’è un gruppo di anziane e anziani riuniti in cerchio, che ciaccolano. E’ una visione che mi riporta agli anni della mia infanzia; anni in cui Venezia era viva, palpitava, zoppicava, soffriva, sudava, rideva: quando era una città abitata, non una zona franca da visitare, come fosse un paziente d’ospedale moribondo, per porgergli l’ultimo saluto prima che muoia. Come se Venezia possedesse solo il proprio passato e le sfuggisse il presente.

Ecco il festival fa questo, anche: ci suggerisce che forse non è troppo tardi, che siamo ancora in tempo.
C’è una vecchia che ci guarda da una finestra, preferendo noi alla televisione. Ascolta la musica di Franco e Umberto, le parole di Marco e me.

Sono la musica  e le parole di Emilio Castellani, anarchico veneziano che, fosse stato presente, sarebbe andato in casa della vecchia, l’avrebbe convinta a scendere, a unirsi a noi e al gruppo di suoi coetanei sedute in cerchio, per il semplice, evidente fatto, che non c’è niente di meglio che stare insieme, farsi compagnia, raccontarsi la vita, ascoltare quella degli altri.
Bell’esordio, avrebbe pensato Emilio.

Questa di oggi è la prima presentazione del libro, appena uscito.

Quando finiamo, fa ormai buio.

Camminiamo per le calli della Giudecca in una sorta di smarrimento volontario del tempo formale.

Siamo stanchi e contenti, col peso dell’arte che pesa su braccia e spalle.

La vista che la Giudecca ci offre di Venezia, delle sue luci, del suo cielo e dell’acqua, neri e placidi, ci induce al silenzio.

(Cristiano Prakash Dorigo)

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