Mercoledì, 16 Settembre 2015 08:14

Ricordati dei fiori nella scatola lilla

sdipbragaUn breve testo di Francesca Susani su Scambi di prospettive ci racconta come, di un argomento così delicato come quello di Ricordati dei fiori, sia forse più agevole scriverne che parlarne.
"Dei suoi pensieri sparsi mi è piaciuto in particolare il suo riuscire a raccontare le visite al cimitero, un posto che diventa familiare, dove si può osservare e riflettere e anche sorridere su molte cose. Le visite al padre sembrano così diventare meno dolorose, il cimitero un luogo di quiete non necessariamente triste, il rapporto con la piccola figlia un senso alla vita che va avanti..."
Martedì 15 Settembre (alle ore 18.45) presso la libreria Il Mio Libro di Cristina Di Canio (in Via Sannio, 18 a Milano) Giuseppe Braga ha presentato nuovamente il proprio libro.

Ci hanno colpito molto anche dei pensieri (scritti proprio in questi giorni, a quanto pare) che Pietro Farioli, amico fraterno di Giuseppe, ha dedicato a Ricordati dei fiori.

«Penso che, leggendo questo breve libro, che è in ultima analisi una raccolta di riflessioni, dobbiamo trovarci riconoscenti verso Giuseppe perché ci permette di affrancarci, di difenderci, dall’accusa che i sociologi rivolgono ormai da qualche decennio alla società post-moderna: l’accusa dell’occultazione della morte, la cancellazione del problema dall’orizzonte dell’uomo che, complice la tecnologia, si pensa sempre più come immortale: posso farlo, dunque sono, dimenticandosi che non è un’App che si carica sul telefonino, che è fatto di carne e di sangue, cioè di emozioni e desideri.
presbragaGiuseppe ci riporta quindi nella nostra giusta dimensione, propria dell’uomo, che dinnanzi alla morte riflette, e più riflette più si sente inerme. Il percorso che ci fa compiere è a zig-zag tra ironia e amarezza: dalla prima affermazione circa il Camposanto: “Ci aspetto anch’io di andarci per capire com’è. Senza fretta, ovviamente”, si passa ad affondi precisi e laconici: “Incomprensibile. Il sentimento prevalente, appena varco l’ingresso, il sentimento che mi assale e non mi lascia per tutto il tragitto a piedi, con le suole delle scarpe che sfrigolano sulla ghiaia, è mediamente sempre invariabilmente il medesimo”, o anche “La morte è una cosa davvero molto parecchio strana. Non si riesce proprio… a trovare la giusta distanza, con la morte. Se le stai troppo vicino rischi di lasciarci la pelle. Viceversa, se rimani a un livello troppo teorico, freddamente distaccato, non può scalfirti minimamente. La morte è una dannata cosa che non finisce mai.”; o ancora: “Poi penso a Virginia [sua figlia]… in un baleno mi trasformo in un topolino. Già. Un piccolo topo spelacchiato dall’andatura claudicante. Non solo. Mi sento accerchiato, mi guardo in giro e sono in trappola. Picchio la testa contro il muro, ma senza via d’uscita. So di non avere plausibili speranze di vita”. E, come un gesto liberatorio, Giuseppe arriva a dar voce, per mezzo di Virginia, alla domanda che sta nel cuore di ciascuno di noi: “Ma sono tutti morti? … Anche loro? E loro? E quelli lì?… E quando tornano?”
Il percorso è battuto con l’ironia, quasi socratica ironia, che fa riconoscere al lettore-interlocutore l’indisponibilità della risposta e lo costringe a confrontare i suoi pensieri e le sue riflessioni in proposito.
Dinanzi al riconoscimento dell’ingiustizia della vita, Giuseppe, piuttosto che la varietà dei significati che vengono dai mille maestri del mondo – la filosofia, la scienza, un certo modo di pensare la religione – segue “la traccia delle lacrime”, per usare una espressione di Paul Celan, lasciando che il dolore esprima il massimo della sua capacità gnoseologica – lasciando cioè che il dolore scateni la sua capacità di far comprendere nuove situazioni, sentimenti, in noi e negli altri, anelando a quella sorta di apocatastasi (ritorno allo stato originario) laica.

E oggi c’è il sole, hai visto che bella giornata?

Oggi è la tua festa, ma sono io a chiederti un regalo

Tienimi la mano come quando ero bambino


Carezzami dolcemente la testa

Fammi il solletico e baciami sulle guance

E poi, perché no, beviamoci un bicchiere di birra o di vino

E ascoltiamoci una canzone, non necessariamente d’amore

Solo un pretesto per stringerti

Ancora


Una volta soltanto

Una volta e per sempre

Laica, ma animata da profonda speranza in cui, nelle pagine conclusive, si intravede Dio.

Quando l’ironia di Giuseppe ha esaurito le ultime cartucce, rimane solo il sentimento e il desiderio. Grazie Giuseppe, perché “celebriamo la morte sorridendo in faccia alla vita”».

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